Alessio Vidal | Photographer + Retoucher

Autolesionismo e altre americanate

Giorni fa ho incontrato dei vecchi amici veneziani, e come ogni italiano che arriva a New York, mi hanno ricordato come mi sentivo nel mio primo periodo qui. Tutto è magnifico, tutto è grande e luccicante, ma quando si tratta di buona cucina, restiamo a bocca asciutta. Trovare un posto dove il mangiare sia buono e sano e’ impresa difficile, anche qui nella City, dove il concetto di healthy food è sicuramente più diffuso che non nelle periferie del Minnesota (o del Texas, per par condicio… fa lo stesso!)

In verità i soliti piagnistei all’italiana sono piuttosto sterili qui, agli americani manca completamente la cultura del cibo che da noi è scontata. Mettiamoci una pietra sopra. Questo però è stato spunto per un pensiero più complesso: perché sussiste in noi questa sorta di autolesionismo, a cui io stesso non mi sottraggo, alle volte? Ci sono decine di migliaia di ristoranti, bar, chioschi e supermercati nella sola Manhattan, ma di tanto in tanto finiamo per mangiare le porcate nei fast food. Magari solo le patatine fritte. Allo stato attuale delle cose, sappiamo benissimo che fanno male, e non parlo soltanto nel lungo periodo (cancri e madonne), perché ogni volta che mangio del junk food, il mio intestino chiede inevitabilmente vendetta. Perché gli americani non capiscono quanto faccia male? Non posso credere che sia per sola ignoranza. Abbiamo perso l’istinto di autoconservazione che ritrovo invece nel mio cane… e persino nel mio pappagallo!

Poi però mi rendo conto che ci son persone in crisi, depresse, ad un passo dal suicidio, che anziché trovare la maniera di tirarsi su, si crogiolano in un brodo di sofferenze ascoltano la Pausini, e questo mi fa pensare che la mente umana sia troppo complessa perché possa tirare le somme in un articoletto di blog. Figuriamoci che conosco persone che vanno ai concerti di Vasco DA SOBRIE!

Giuro, non sto dicendo una cazzata.

 …

Allontaniamoci dal cibo per un istante: difficile, per una persona come me, che dedica metà del suo tempo a pensare a cosa mangerà per colazione, brunch, pranzo, merenda, precena, cena, spuntino notturno (potrei aver dimenticato qualcosa!). Ed allontaniamoci anche da Manhattan. Brooklyn è molto piu vicina all’America “regolare”, anche se passando da un distretto ad un altro, ci si ritrova in tanti piccoli ghetti: quello messicano, quello cinese, quello coreano, quello dei bianchi, ed i macro universi dominati dagli afroamericani, anche se di recente numerosi investitori ebrei (quelli folkloristici che portano strani cappelli di pelo e lunghe basette ricciolute) stanno comprando proprio dagli afro, con il risultato che interi quartieri stanno cambiando colore, nel vero senso della parola. Dove abito io, a quanto pare, fino a qualche anno fa non ci si poteva stare. Oggi una casa su due è di proprietà di un ebreo. Spariscono così le brutte facce ed i negozi loschi, aprendo il via ad una serie di bar, enoteche, negozietti hipster, tutti ben curati e che profumano di fresco.

Leggendo le mie ultime righe apparirò razzista. Ma è vero invece il contrario, perchè a subire le occhiatacce, quando ritorno a casa, sono io, lo “straniero invasore”. C’è una netta ed alle volte fastidiosa tensione razziale, molto differente da quella che viviamo in Italia. Per quel che vedo, i neri non si mescolano ai bianchi (e viceversa), se non raramente. E quando accade, sono gruppi giovani. Anche qui, attribuisco interamente la colpa alla profonda ignoranza che segna queste persone. Mentre le nuove generazioni si sono amalgamate nelle scuole e nei college, sentendosi cosmopolite ed aperte al confronto, a chi della scuola non ha fatto “una palestra per il mondo”, lo si ritrova in stereotipi piuttosto comuni. La ricerca dello status quo, tra queste persone, è fortemente marcato, ma che si parli di bianchi o di neri, è negli imbecilli con la catena che ritrovo la piu triste delle banalità. Rap a tutto volume in macchina, saluti da gang del ghetto (con tanto di balletto) e catenoni d’oro al collo. “Più è grande, più sono figo”: recentemente anche Apple pare si stia adattando alle necessità degli idioti.

Ma no, Ale, sei tu che non capisci. Non sono pecoroni che ostentano brutte catenacce d’oro, sono bravi cristiani che venerano il buon Jesus. Ed infatti, molto spesso, ballonzola sul petto un faccione d’oro dai lunghi capelli vellutati. L’espressione è sofferente come nella solita passione di Gesù, ma gli occhi di diamante tradiscono il tutto, luccicanti sotto il sole.

Ogni tanto mi guardo attorno, cerco che dietro l’angolo troverò Gesù, quello autentico, scuotere la testa ed i suoi meravigliosi capelli da surfista californiano (mi permetto di prendere un po’ in giro i cristiani perché, diciamocelo chiaramente, non penserete davvero che uno nato a Nazaret 2000 anni fa potesse avere tratti somatici caucasici?) e chiedersi:

<<Ma mi sono davvero sacrificato per questa gente?>>

About the Author:
Alessio is a commercial fashion photographer and retoucher based in London, UK. He loves good food and exotic travels and he adores when both things come together.


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